Massimo Listri Alla Ricerca Del Tempio Perduto - Con un saggio di Giorgio Antei
Franco Maria Ricci · 2014
Massimo Listri

Le fotografie di Massimo Listri riservano sorprese. Esaminate con la dovuta attenzione, si offrono infatti a una fruizione non solo estetica ma anche simbolica o metaforica. L’eleganza, l’accuratezza, la padronanza tecnica, il gusto, lo stile, ossia, la ricerca del bello, è percepibile a prima vista. La finezza quasi-poetica che guida lo sguardo del fotografo –traducendosi in inquadrature che per equilibrio e simmetria somigliano a rime– sebbene non salti agli occhi, è comunque evidente. Tuttavia, ad una maggiore profondità, agisce nelle immagini di Listri un’altra attrattiva, causata dal loro potere

evocativo. Invero, scrutandole senza fretta, va affiorando una trama di allusioni e suggestioni, deliberate o casuali, che provocano la dilatazione del loro significato convenzionale. Taluni collegamenti, come quelli che rinviano ai maestri della prospettiva rinascimentale, sono scontati; talaltri molto meno. Il segreto di “Sala Bianca” (Musei fiorentini, 2009) è così ben dissimulato che nemmeno il fotografo ne è del tutto consapevole. Esaminando l’ambiente da vicino –deserto come tutti gli interni di Listri– scopriamo la presenza di una figura umana “intrappolata” nello specchio riccamente incorniciato al centro della composizione, lí dove si situa il punto di fuga; una figura

poco visibile a causa della sontuosa porta bianca –bianca come la sala tutta– che occupa gran parte della specchiera. Sebbene sommersa nella profondità dell’immagine, essa c’è, e si sbraccia in segnali. Riconoscere il fotografo è facile, non altrettanto individuarne i richiami.