Così il suo sguardo ha iniziato a cercare luoghi e simmetrie senza particolare importanza monumentale. Un muro, una stanza, una geometria il cui archetipo, la cui radice di memoria fosse piuttosto dentro di lui che nella storia esterna...

Vittorio Sgarbi
12 July 2003
Cesare Cunaccia
18 September 2013

Ciò che rende unico il suo lavoro è il modo in cui ha reso gli interni così vividi, come se avessero una vita segreta propria che solo lui sa come rappresentare. Listri ha la straordinaria capacità di catturare tutti i piccoli dettagli che fanno la differenza e rivelano tutte le storie che rimangono nascoste dietro la superficie. Le foto di Listri trasmettono un silenzio quasi assordante, come se il tempo si fosse fermato e gli umani fossero improvvisamente scomparsi e l'unica cosa che ricorda di loro sono gli interni che hanno lasciato, i resti delle loro vite e delle loro passioni, la loro arte e cultura.

Apostolos Mitsios
08 September 2017

“... Ma alcuni di noi conoscono imprevedibili privilegi. A Firenze il privilegio si chiama Listri. Massimo Listri, il fotografo che non documenta ma inventa la bellezza.

Ma non è del valore di Listri che vogliamo parlare, bensì della sua casa. Anzi, meglio, dell'apertura della sua casa. Ci sono case aperte e case chiuse; questo non dipende dalla loro visibilità, ma dal carattere del loro proprietario. Le case aperte non hanno orario; quelle chiuse, anche se pubbliche, sì. Le regole rendono affannosa e complicata la vita, anche quando cercano di organizzarla o semplificarla. Perché non possiamo vedere la Madonna dal collo lungo del Parmigianino a mezzanotte e venti? E' prigioniera o non ci vuole ricevere? No. E' visibile soltanto dalle nove alle quattordici, per tutti. Non è un'ingiustizia, è una proibizione, un impedimento alla bellezza. E non è certo un privilegio esserne gli indesiderosi e indesiderati ( se non indesiderabili) custodi.

Così, a mezzanotte e venticinque, sulla strada per Firenze, telefoniamo a Listri sperando che la Madonna dal collo lungo sia magari ospite da lui, in libera uscita dopo l'orario di lavoro negli Uffizi. Ma sappiamo in ogni caso che troveremo novità: nuovi libri ad arricchire la vasta biblioteca ben illuminata, nuove lampade uscite dalla mostruosa fantasia di Marianna, nuovi marmi, salami di porfido, mosaici romani, vetri e curiosità per un ideale Wunderkammer. Intanto la casa si espande: cadono pareti, si scavano sotterranei, si abbattono altane provvisorie, si recuperano volte di soffitti per contenere adeguatamente i mille ritrovamenti, testimoni dell'intelligenza dell'uomo. Nella notte, avvantaggiato dalla libertà senza prezzo di Listri, ritrovo il più inutile tra gli oggetti del mio desiderio: un reliquiario dorato dalle dimensioni, forse per me attraenti, di un televisore. Due palme scolpite con funzione simbolica e di cornice, rendono la scatola lussuosa e capricciosa nel suo fasto barocco. E siccome si tratta di una cosa inutile e ingombrante, quanto io la voglio, altrettanto Listri non vuole cederla, per lo stesso e simmetrico motivo che è poi quello che la rende preziosa..”

Vittorio Sgarbi
01 May 1991

     Gentile Listri,

     ho rivisto la Sua mostra. Che Lei sia bravo si sa, che sia elegante anche, ma nessuno dei due aggettivi, per essere come sono relativi, Le rende giustizia.

     Lei è uno straordinario scenografo, disponendo di solito di una quantità di materiali visivi che Lei compone o ric-compone sapientemente attraverso cambiamenti, anche minimi, di prospettiva o di luce, di intonazione direi. Questi quadri sebbene siano destinati a un teatro dove non compaiono attori, non mancano mai dalla presenza di chi è uscito di scena o di chi sta per entrarvi. E' il suo mestiere.

     In questa mostra invece c'è molto di più, perchè, l'insieme dei suoi lavori testimonia, senza aggettivi, la qualità dell'assenza. E' vero che al solito le scene sono deserte, la differenza però è che qui, in queste apparizioni, nessuno aspetta nessuno. Siamo alla temperatura zero del 'modeno' Inteso, quando è autentico, nella sua rigorosa purezza.

     Mi spiego: Il Castello di Aglié, il Palazzo Reale di Stoccolma, il Castello di Rivoli, la Reggia di Caserta, sono i punti più alti del discorso che Lei propone. Al contrario il cannoncino dell'Archivio delle Indie di Siviglia, la seduta ottagonale a Pierrefond, la lanterna accesa che appare sotto la Scala nel Palazzo Reale di Stoccolma sono indizi, che inducono a una diversa misura quella dell'attesa. Qualcuno ha azionato il cannone, qualcuno si è seduto, qualcuno ha acceso la lanterna. L'immobilità si trasforma nel moto dell'accadimento passato o futuro. Fuori tema appaiono invece la favolosa versione notturna Versailles/Manhattan, l'Atelier di scandalosa (anche se gratificante) memoria impressionista.

     Non si discute è ovvio delle qualità fotografiche, ma del passaggio a una diversa scala di valori. Uno scarto che è il discrimine tra un mestiere nobile e l'arte. Senza aggettivi appunto, né lettere maiuscole.

     Si abbia i miei saluti e buon lavoro,

                                                                        Suo Roberto Coppini

Roberto Coppini
06 October 2007

Listri’s peana.

 

 

Massimo Listri la strada della fotografia la abbraccia giovanissimo, esordendo con una serie di straordinari ritratti in bianco e nero che raccontano alcune delle figure nodali del Novecento. Grandi vecchi della cultura e della scienza, delle arti e della letteratura come Montale, René Clair, Carlo Bo, l’ereticale sensibilità di Pier Paolo Pasolini, un’immensa arca di sapere quale Federico Zeri, sir Harold Acton, estremo testimone di un mondo perduto, quello angloamericano annidato dalla seconda metà dell’Ottocento nelle ville e sui colli toscani, e dei suoi sofisticati rituali. Con loro, Massimo ha trascorso lunghi pomeriggi e condiviso un fondamentale percorso di scambio e formazione. Tutti conoscono la formidabile capacità di Listri nello svelare come per sortilegio un mondo decorativo talvolta da decenni abbandonato all’oblio, nel far emergere in piena luce la bellezza appannata dalla polvere del tempo, sia essa quella d’un giardino negletto oppure la vita ancora vibrante che si cela in un’antica tela, in un prezioso objet de vertu. Altrettanto nota la sua capacità di registrare il senso più alto dell’architettura, l’ermeneutica di un interno. Per anni egli ha esplorato Wunderkammer manieriste e barocche rinserrate nel chiuso di conventi e freddi palazzi mitteleuropei, si è immerso nell’oro e marocchino rosso delle grandi biblioteche rocaille, ha scavato in archivi e tesori eccelesiastici, nel fasto mediceo delle pietre dure, tra l’ambra, l’avorio e gli argenti dei principi del nord. Un vero itinerario di iniziazione, l’obiettivo che non smette di narrare un’appassionante composita epica per immagini. Accumulo di sensazioni e riflessi fatati, una vera sfida a limitazioni e cronologie. Trent’anni di lavoro e oltre 45 volumi. Intanto Listri, il fotografo-demiurgo che, come ebbe a definirlo Vittorio Sgarbi, “ non cattura la bellezza, la crea…”si cimenta in un’ulteriore avventura. Dal suo knowledge nel sentire l’anima più profonda e astratta di un interno, ecco nascere grandi immagini trattate con effetti cromatici talvolta surreali ed estranianti. Enfilades di stanze vuote abitate dal liquido ricordo d’un passato fastoso, gallerie gremite di specchi e sculture che si librano d’un tratto metafisiche, incorporee in un azzurro freddo spazio virtuale, spiazzanti e sensuali close-up di volti di sculture neoclassiche. Il sogno archeologico schinkeliano riprende forma in una texture possente di colonne doriche rastremate. Sullo sfondo, lontano, un cielo di cobalto mantegnesco, corso da cirri candidi. Friabili intonaci biscottati dai secoli respirano nuove linfe, ironici memento mori di dolcezza quasi domestica. Archiacute strutture proto-industriali si trasfigurano in una grafia nervosa, in un ologramma à la Tim Burton, gotico e Hokusai, il segno impromptu di Hans Hartung che si sovrappone alla visionarietà ogivale di Pugin. Le biblioteche sei-settecentesche, un grande amore di Listri, collezionista di libri antichi, sono percorse da presenze fantasmatiche ed inquietanti, captano quella caparbia lezione della favola che diviene vittoria sulla legge di necessità. “Sola garanzia del mistero è l’irripetibile nitore dell’oggetto reale nel quale momentaneamente uno spirito prese dimora.”. Così avverte Cristina Campo dalle pagine de Gli imperdonabili. Un messaggio chiarissimo e sibillino, che Massimo Listri ha saputo far suo.

 

 

 

Cesare Cunaccia  

Cesare Cunaccia
20 May 2008

[……] Desideravo fermare tutta la bellezza che avevo davanti, e con il tempo questo desiderio è stato soddisfatto. La difficoltà accresceva il valore del proposito […..]. Julia Margaret Cameron, Gli annali della mia casa di vetro, 1874. 

   Per illustrare il suo affascinante viaggio nelle antiche collezioni di archeologia classica dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci si è avvalso dell’occhio fotografico di Massimo Listri, autore tra i più conosciuti ed apprezzati nel mondo per le sue straordinarie fotografie di architettura e di interni. Una scelta mirata, quella del direttore dei Musei Vaticani, poiché da sempre il prediletto terreno di espressione del noto maestro fiorentino è rappresentato dai più significativi ed emblematici luoghi della cultura e del collezionismo d’arte.

Effettivamente Massimo Listri approda ai Musei Vaticani con un’esperienza artistica vastissima dopo aver raccontato in oltre tre decenni di carriera, un composito universo di musei d’arte antica e moderna, palazzi nobiliari, dimore e giardini principeschi, biblioteche aristocratiche e conventuali, archivi palatini, accomunati tutti da un medesimo carattere distintivo: l’appartenenza a quel complesso di luoghi che nei secoli hanno esercitato un ruolo culturale portante, distinguendosi come eminenti centri propulsori di conoscenza, arte e civiltà del mondo. Un campionario di spazi mirabili, densi di storia, che Listri ritrae sistematicamente nell’essenzialità delle rispettive forme, in una condizione di assoluta solitudine, censurando qualsiasi tangibile forma di umana presenza, per restituire di ognuno di essi la peculiare identità, l’anima più profonda.

Non è facile parlare della sua produzione artistica senza correre il rischio di risultare ripetitivi o apparire convenzionali; perché moltissimo, in verità, è stato già detto e scritto sul suo conto da autorevoli ed illustri esponenti del mondo della cultura ad introduzione o commento delle innumerevoli pubblicazioni ed esposizioni che hanno accolto ed ospitato le sue opere. E tuttavia, per comprendere pienamente l’approccio alla fotografia da lui perseguito, è indispensabile ricordare come la bellezza ne sia il fondante criterio ispiratore. E’ questo, inevitabilmente, il termine su cui in maniera costante si appuntano gli apparati critici intenzionati a commentare la sua opera e a delinearne correttamente la personale cifra stilistica.

Listri è il fotografo che inventa la bellezza. Lo dichiara Vittorio Sgarbi sottolineando come il suo sguardo educhi l’occhio dell’osservatore a captare anche tutto quello che rischierebbe di non vedere dietro l’immagine del reale; in particolare gli armoniosi volumi delle stanze che elegantemente ritrae estendendo il campo della visione fino al suo estremo limite. Ed eroe della bellezza lo definisce Giovanni Pallanti ricordando come il suo lavoro trasformi il reale con una partecipazione immaginifica così incisiva da trascendere la fotografia in vera e propria arte creativa; un lavoro la cui originalità sta nel voler rendere bello il mondo degli uomini, spesso grigio, consumato e stanco.

Ma è anche il nostro autore ad affermare senza mezzi termini che è proprio la bellezza l’unica categoria da cui trae indirizzo ed orientamento nel suo lavoro, con tutti quei qualificanti valori di equilibrio, ordine ed armonia che ne identificano il relativo corollario; e il motore che determina l’esecuzione dello scatto fotografico è sempre il desiderio di catturare e restituire l’intima poesia dello spazio rappresentato. E’ in tal senso che l’omissione di qualsiasi presenza complementare nelle sue opere, in particolare di quella umana, diviene determinante. Nulla deve intervenire ad alterare l’esito ultimo dell’atto interpretativo; nulla deve prevalere sul manifestarsi appieno della bella immagine. Lo sottolinea Cesare Cunaccia ricordandoci che per il fotografo d’arte fiorentino la rimozione del soggetto diviene fatale proprio per evitare che esso, con le sue intrinseche peculiarità espressive e caratteriali, possa prendere il sopravvento sull’obiettivo prevaricandone le autonome possibilità inventive.

Per raggiungere il proprio obiettivo, quello di fotografare il bello assoluto, Listri si affida al suo istinto artistico attivando un processo creativo fondato su una precisa selezione degli ambienti da mettere in posa e su una accurata composizione formale della fotografia; dunque di una scelta rigorosa del punto di vista, della profondità prospettica e della geometria delle inquadrature che come rileva Giorgio Antei, per equilibrio e simmetria, somigliano ad autentiche rime. Infine, della qualità essenziale della luce, fondamentale per captare ogni singolo e minimo dettaglio, sempre deliberatamente utilizzata al naturale, nelle più congrue ore del giorno. Tutti elementi di assoluto rilievo che il nostro deriva dai grandi maestri della pittura, avendo lungamente esercitato il suo occhio in particolare sull’opera di artisti della grandezza di Piero della Francesca, Caravaggio e Vermeer.

Per il campo d’ azione che predilige - l’arte e l’architettura - la fotografia o meglio la ritrattistica degli spazi di Massimo Listri rimanda espressamente a quanto di più nobile e degno l’umana civiltà abbia prodotto nel corso della sua storia. Per questo le scenografiche, totalizzanti composizioni da lui inventate, divengono, nelle parole del già citato Pallanti, la prova che l’uomo non è soltanto il distruttore dell’armonia dell’universo ma anche e soprattutto il realizzatore di opere stupende; e al tempo stesso un coraggioso tentativo di difendere intelligenza e cultura dalle aberrazioni e dagli sfregi che il vivere quotidiano di oggi arreca ad entrambe.

Gli individui, pur essendo a quel che sembra scomparsi dalle porzioni di mondo rappresentate, lasciano quindi avvertire ugualmente la loro presenza proprio attraverso quegli interni che costituiscono la traccia più alta e vitale del loro passaggio, il solco più fruttuoso delle loro esistenze, la suprema testimonianza della loro arte e della loro cultura. E’ in questo senso che le immagini di Listri, come dichiara lui stesso, possono considerarsi una esemplificazione della poesia metafisica della presenza-assenza e che pertanto, nonostante l’omissione della figura individuale, chi le osserva ha sempre l’impressione di trovarsi al cospetto di un’anima, di avvertire una umana presenza.

La fedeltà che manifesta rispetto all’evidenza del visibile adottando un punto di vista comunque descrittivo e verificabile, scevro da giochi di composizione troppo complessi o arbitrari, fa si che la sua opera non manchi di contatti con la tradizione della grande fotografia documentaria di cui, tuttavia, non condivide le intenzioni programmatiche di base. Inoltre l’apparente disinteresse verso l’individuo e l’attenzione nei riguardi di spazi a prima vista completamente abbandonati, ci porta ad avvicinare le sue creazioni anche a quella vasta area di lavoro che conosciamo come fotografia dei luoghi; genere incentrato sull’indagine del paesaggio contemporaneo, fortemente radicato in quella stessa tradizione documentaria, riconducibile alla produzione di maestri come Walker Evans ed alle fondamentali ricerche condotte dalla Scuola di Düsseldorf.

Nondimeno la fotografia dei luoghi di Massimo Listri, anziché configurarsi, rispetto al principale indirizzo di riferimento, come testimonianza referenziale della marginalità, dell’incoerenza e del caos che hanno investito il mondo con i devastanti cambiamenti sociali, architettonici e paesaggistici imposti dal passaggio all’epoca postindustriale, offre una soluzione estetica che nella ricerca sostanziale e sistematica della bellezza, quella caotica frammentazione vuole arginare ed esorcizzare. Listri scatta foto bellissime in luoghi bellissimi, dunque è bellezza al quadrato; lo afferma Camillo Langone attribuendogli il titolo di fotografo più elegante d’Italia. Ciò è accaduto anche nei Musei Vaticani come chiaramente si evince dalle straordinarie tavole che accompagnano il percorso museale tracciato da Antonio Paolucci e dagli splendidi positivi fotografici di grande formato che contestualmente alla pubblicazione di questo volume, sono stati esposti per apprezzarne al vero la natura artistica. Basterà ricordarne una fra tutte: l’immagine della Sala a Croce Greca in cui la maestosità dell’anticamera del Museo Pio Clementino ci viene restituita in una perfetta simmetria di spazi, volumi e colori avvolti da una abbagliante luce metafisica, scaldata dall’invisibile ma rassicurante sguardo delle due sfingi che di spalle, silenziosamente, vigilano su quell’ armonico insieme.

Anzi l’affermazione di Langone appare, nel nostro caso, particolarmente pertinente. Se le antiche collezioni di scultura raccontate dal Direttore dei Musei Vaticani identificano uno scenario veramente privilegiato per la foto d’arte, esse hanno rappresentato, per la ricerca artistica di Massimo Listri, un referente ancor più naturale. Qui grazia, eleganza, armonia, equilibrio e bellezza sostanziano tout court i mondi raffigurati; e così come proprio per questo, nel pensiero di Antonio Paolucci, il visitatore che vi accede viene reso felice, allo stesso modo lo Spectator che avvicinerà queste fotografie, vi ritroverà quella quiete silenziosa in cui Listri riconosce l’essenza del suo lavoro, attribuendole la valenza di un’autentica terapia per l’anima; una condizione che solo il visitatore fortunato può sperimentare in una salutare e solitaria visita al Museo.

 

Rosanna Di Pinto
23 September 2014

Caro Listri,

a distanza di due anni dalla mostra che l’antiquario Bacarelli organizzò nella sua Galleria, ho visto oggi quella più impegnativa “I Musei di Firenze”.

Dato il carattere della Mostra e la Sede Illustre, che la ospita, c’era da temere che il tuo lavoro risentisse dell’ufficialità della circostanza, contraddicendo quanto ti avevo detto di quella preziosa mostra fiorentina.

E’ vero che la gran parte delle fotografie raccolte oggi riassumono, con diversi gradi di intensità, il nostro bagaglio visivo, talvolta il più ovvio, ma la qualità dell’assenza la ritrovo anche in queste immagini dove tu riduci all’essenziale la percezione delle forme, che appaiono in sè, senza nulla di esornativo che ne faciliti la lettura.

Com'è nel tuo modo, anche questa volta non ti affidi agli effetti speciali,, né alle luci, né al piacevole delle coloriture; così come censuri tutte le presenze complementari, le umane comprese, che potrebbero rendere più accattivante il tuo lavoro, anzi, tra le tante ineccepibili prove, fanno testo quelle dove perfino il colore cede alla semplificazione estrema del bianco e nero, al fascino, alla necessità del segno. Lo Scalone Lorenese degli Uffizi, la Sala da ballo di Pitti e lo scalone Poccianti, i due Lapidari di Palazzo Bardini, fino al Michelangelo di San Lorenzo e alla biblioteca di Michelozzo a San Marco, ne sono testimonianza.

Disegno, immaginazione e figurazione di progetti in fieri, non ancora destinati a diventare monumenti, si rivelano e rivivono nelle antiche misure, nelle partiture geometriche delle superfici, nelle scansioni dei pieni e dei vuoti, nella percezione tattile dei materiali, che ricreano degli spazi nei quali sarebbe possibile vivere, respirare.

I luoghi deserti raffigurati senza le forzature dell’artificio, sono vivibili dal di dentro; nulla vi è di accattivante, che implichi suggestioni di sorta, ma una elementare icastica evidenza dove anche l’aria è percepibile secondo i suoi differenti valori. Per questo i tuoi ritratti di ambiente si fissano in un vuoto di tempo, come ritrovamenti estranei ai casi e agli accidenti della cronistoria.

Si pensa che di rado un mestiere, possa diventare arte, quasi mai uno stile. Eppure questo mi sembra il tuo caso.

 

Buon lavoro tuo Roberto Coppini .

 

 

Roberto Coppini
10 October 2009

Da un percorso di parole a un percorso d'immagini, impresso sulla carta stampata: è la storia, in sintesi estrema, di questa mostra, che rappresenta il viaggio artistico di Massimo Listri in luoghi della città di Firenze, dove si esprime ad altissimo livello di qualità raggiunta, nel passato e nel presente, nell'architettura, nell'arte, nell'ordinamento e nell'allestimento di tesori culturali.

L'amico Listri, grande fotografo di fama internazionale, è partito su questo tracciato essenzialmente urbano con un leggerissimo viatico, che aggiungeva poco o punto peso alla sua attrezzatura professionale. Un permesso a mia firma per entrare ovunque, ça va sans dire, nell'universo composito e vario dei musei, luoghi d'arte e giardini che costituisce il Polo Museale Fiorentino; e il suggerimento di catturare le bellezze diverse di ambienti chiusi e spazi aperti interpretando di ognuno il particolarissimo genius loci. La vivacità gotica dei palazzi medioevali; la serenità monastica di chiostri e re, fettori; la magnificenza pubblica e privata di dimore e giardini rinascimentali; il fasto solenne di cappelle funebri progettate per l'eternità; il capriccio manierista di grotte e fontane; gli splendori barocchi degli appartamenti granducali; la raffinatezza di stanze e quartieri di età neoclassica; lo storicismo eclettico di origine romantica; il razionalismo novecentesco, fino alle soglie del nostro terzo millennio. E che per una volta non fossero i capolavori di Cimabue e di Giotto, di Donatello e di Masaccio, del Verrocchio e di Piero della Francesca, di Botticelli e di Leonardo, di Raffaello e di Michelangelo, di Tiziano, di Caravaggio, di Rubens e di Canova a dettar legge, reclamando attenzioni esclusive. Ma che entrassero invece nell'itinerario se e dove il fotografo avesse deciso d'inquadrarli: ingredienti straordinari, ma non i soli, di composti estetici mirabili cui il suo scatto avrebbe aggiunto un tratto artistico ulteriore.

Queste le premesse del pellegrinaggio di Listri nei musei d'arte fiorentini, del quale hanno fatto parte tre biblioteche storiche, pure dipendenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e un museo universitario. Luoghi e raccolte che rispecchiano l'origine medicea e granducale di gran parte del patrimonio fiorentino e, al tempo stesso, attraverso i secoli, la presenza di altri committenti e collezionisti, pubblici e privati, fautori delle arti non meno di quanto lo furono le dinastie al governo.

Certo, molti altri percorsi si potevano costruire mettendosi sulle tracce, sempre, di diffuse eccellenze d'autore. Partire dalla "cittadella sacra" che comprende il Battistero di San Giovanni, la cattedrale di Santa Maria del Fiore e il Museo dell'Opera del Duomo per seguire, attraverso basiliche, chiese, oratori del centro storico e dei dintorni, la gloriosa storia dell'arte sacra a Firenze. O privilegiare le espressioni artistiche del potere secolare, cominciando da palazzo vecchio con le sue stanze cariche di memorie e di capolavori, raggiungendo poi il bel Museo Bardini, interamente rinnovato, e tutti gli altri musei comunali. o andare per musei universitari, scientifici, di grandi collezionisti, di fondazioni e di enti... E chissà che questo non divenga possibile in ulteriori imprese, che abbiano di nuovo Listri protagonista di campagne fotografiche di pari tenore.

Cristina Acidini
20 September 2009

Le fotografie di Massimo Listri riservano sorprese. Esaminate con la dovuta attenzione, si offrono infatti a una fruizione non solo estetica ma anche simbolica o metaforica. L’eleganza, l’accuratezza, la padronanza tecnica, il gusto, lo stile, ossia, la ricerca del bello, è percepibile a prima vista. La finezza quasi-poetica che guida lo sguardo del fotografo –traducendosi in inquadrature che per equilibrio e simmetria somigliano a rime– sebbene non salti agli occhi, è comunque evidente. Tuttavia, ad una maggiore profondità, agisce nelle immagini di Listri un’altra attrattiva, causata dal loro potere evocativo. Invero, scrutandole senza fretta, va affiorando una trama di allusioni e suggestioni, deliberate o casuali, che provocano la dilatazione del loro significato convenzionale. Taluni collegamenti, come quelli che rinviano ai maestri della prospettiva rinascimentale, sono scontati; talaltri molto meno. Il segreto di “Sala Bianca” (Musei fiorentini, 2009) è così ben dissimulato che nemmeno il fotografo ne è del tutto consapevole. Esaminando l’ambiente da vicino –deserto come tutti gli interni di Listri– scopriamo la presenza di una figura umana “intrappolata” nello specchio riccamente incorniciato al centro della composizione, lí dove si situa il punto di fuga; una figura poco visibile a causa della sontuosa porta bianca –bianca come la sala tutta– che occupa gran parte della specchiera. Sebbene sommersa nella profondità dell’immagine, essa c’è, e si sbraccia in segnali. Riconoscere il fotografo è facile, non altrettanto individuarne i richiami...

 

..Per descrivere le chiese di Massimo Listri non sovviene metafora più pregnante di quella immaginata da Proust: grandi conchiglie cesellate mezzo sepolte nella sabbia, prive di vita nonché di potere di evocazione. Ciò nonostante, la similitudine non è del tutto appropriata: l’occhio attento capta segnali, l’udito acuto percepisce fruscii, la mente sveglia intreccia fili:

 

La triste storia di questo tempio in rovina Soltanto un cercatore di arselle

La può raccontare.

 

Al cospetto delle chiese del fotografo fiorentino, la prima cosa che si affaccia alla memoria è appunto quell’haiku di Basho in cui si dice che a narrare la penosa vicenda d’un tempio abbandonato dovrebbe essere chiamato un hurakami hori, nessun altro all’infuori di un cercatore di arselle. Chi scrive ne ha conosciuto uno. Ogni mattina, al ritirarsi la marea, percorreva la spiaggia di Baelo Claudia tracciando geroglifici sulla sabbia. In realtà, faceva tutt’altro: dissotterrava molluschi fino a riempire il sacco che caricava sulle spalle. Il suo sguardo era così penetrante che le prede venivano individuate quantunque fossero invisibili. Era come se fra le arselle e il cercatore esistesse un’intesa di fondo, un patto pietoso come quello che nell’antica Roma intercorreva fra le vittime e il vittimario. Mentre si andava riempendo, il sacco vibrava di vite interrotte, vite di poco conto che solo un hurakami hori avrebbe potuto raccontare… ovvero qualcuno come Basho, che ne avesse battuto la pista e carpito il segreto. Una storia triste la può raccontare soltanto chi conosce il mondo dei defunti: è questo il senso dell’haiku? Oppure vuol dire che senza morte non vi è storia? Al riguardo, chi non ricorda il caso di Ming, quella vongola che visse nei mari dell’Islanda per cinque secoli filati, fintantoc un biologo la uccise per accertarne l’età? Sacrificandola poté verificare che aveva 507 anni –e non 470 come si era stimato– e scrivere una pagina di storia delle scienze naturali.

 

Se avesse conosciuto il loro deplorevole stato, Proust avrebbe definito i templi napoletani “églises assassinés”, chiese spacciate e abbandonate sulla spiaggia della dimenticanza. Soltanto Massimo Listri hurakami hori d’Oltrarno avrebbe potuto fare ciò che ha fatto: andarne alla ricerca, scoprirne l’antica bellezza e raccontarne la storia.


 

Giorgio Antei

Giorgio Antei
16 September 2014

     Sono stato in assoluto il primo, insieme all'editore Franco Maria Ricci, a vedere Massimo Listri non come un fotografo ma come un artista. Con tutto quello che l'ambigua parola significa. “Artista” è anche un bravo cuoco o un avvocato capace di fare assolvere un colpevole.

     Ora ecco Listri, a Varsavia, inseguire con il suo obiettivo quelle chiese e quei palazzi che furono ricostruiti dopo i bombardamenti attraverso i dipinti di Bernardo Bellotto. Con buona pazienza, e con lo spirito di un artista concettuale, Listri si è messo nella posizione in cui era Bellotto nel dipingere gli edifici monumentali negli spazi urbani. Non solo le architetture, quindi, ma anche l'aria, il contesto, il cielo. E' proprio grazie a ciò che è intorno che quegli edifici assumono rilievo, hanno una dimensione monumentale. E' lo spazio che li fa esistere. E, oggi, essi non appaiono falsi, proprio perché intorno a loro brulica la vita. Ma a Listri non basta. E allora agisce com in sogno. E non fotografa le riproduzioni costruite, ma gli edifici dipinti da Bellotto per rimontarli nei luoghi dove stavano.

      La sovrapposizione è perfetta e coerente: le carrozze, convivono con le automobili, i passanti di oggi con i personaggi in abiti d'epoca, i monumenti nelle piazze con gli arredi urbani, in un miscuglio del tutto plausibile, che ricorda, per analoga naturalezza, quello dei due tempi del film Kate&Leopold.

     Nella Varsavia di oggi le architetture di Bellotto sono perfettamente plausibili, più degli edifici di cui hanno ispirato la ricostruzione.

    Listri rende naturale questa sovrapposizione, nella convinzione che la realtà della pittura sia più vera dell'artificiosa realtà della ricostruzione.

     Bellotto è più autentico della Varsavia reale. E la presenza delle sue architetture non genera rigetto, neppure nell'atmosfera luminosa di una giornata qualunque. L'aria del tempo di Bellotto è più viva dell'aria fredda del nostro tempo.

    L'operazione di Listri è perfettamente concettuale. Non è ingannevole. Non è illusoria. L'autentico non è ciò che abbiamo davanti gli occhi ma ciò che fu davanti agli occhi di Bellotto, che Listri ripropone con un adattamento che stabilisce un processo di autenticazione, contro una inevitabile falsificazione.

    Cos'è dunque il reale? E come può essere vero, ciò che è falso?

    Il verosimile dell'arte è più vero della realtà a riprodurre i quadri.

    La fotografia di Listri documenta questa ambiguità. Se ne compiace. Perché nella fotografia i due livelli si fondono e si confondono.

    La fotografia è ambigua, perché non può prescindere dalla realtà. La quale, a sua volta, prescinde da se stessa. Con questo procedimento Listri esce dalla fotografia per entrare in una dimensione allusiva, ambigua, concettuale. L'esito è insolito. E certamente fotografico. Ma più grazie a Bellotto che grazie a Listri. E non perché Listri non abbia un occhio puro. Ma perché il nostro tempo è contaminato.

Vittorio Sgarbi
07 October 2014

Specialmente in lui la costante ricerca dell'obiettività vagliata fino al più piccolo dettaglio così che l'immagine assume una nuova realtà quasi metafisica. Considero soprattutto le opere racchiuse nella grande monografia di circa duecento immagini: Biblioteche, Palazzi illustri, ville, dimore e residenze, una vera e propria raccolta di opere d'arte così vicine alle immagini che hanno costituito per anni la b se su cui ho costruito la mia opera di scenografo.

Posso individuare facilmente il "punto di vista" situato proprio al centro del quadro dal quale si dispartono precise linee prospettiche a delimitare spazi non dissimili da quinte di un ipotetico teatro dell'immaginario.

Il sipario si è alzato, ma nessun attore turberà la solennità della scena nessun essere umano apparirà da quelle porte socchiuse, nessuna voce interromperà l'immobilità del silenzio. Non è la luce del sole quella che filtra dalle grandi finestre, ma un lucore artefatto, simulato, elaborato che disegna questi meravigliosi impianti scenici tanto da indurci per qualche secondo a vagare ammirati in un mondo sconosciuto pur sempre intimamente legato alla realtà più oggettiva.

Ezio Frigerio
09 June 2018

Nei grandi quadri fotografici di Massimo Listri il minuzioso virtuosismo si sposa felicemente con un raro e raccolto valore poetico. Queste due qualità congiunte fanno, a mio avviso, di Massimo Listri uno degli artisti più validi e originali del nostro tempo.


 


 

 

 

Ranieri Gnoli
10 June 2018

     

Se c'è un luogo remoto da Massimo Listri è Matera, ma Listri è vicino a tutto ed è quindi capace di restituire un'immagine della città ignota a quanti l'hanno intesa come un luogo di sofferenza e di disagio. Questi furono a lungo i sassi prima che un altro fotografo, Mario Cresci, li consacrasse in una dimensione spirituale e densa di dolore e di memoria. Listri esce dai palazzi del suo cuore e posa gli occhi su architetture, sassi, chiese rupestri, basiliche barocche e restituisce loro ordine e armonia, cancellando il dolore e la privazione. Così Matera, oltre ogni retorica pittoresca, ci appare un luogo inimitabile, uno spazio del paradiso per anime inquiete che preferiscono l'irregolarità del mondo così vicina alla natura rispetto all'ordine di un potere perduto.”


 

Vittorio Sgarbi
02 July 2018

Massimo Listri fotografo è anche stampatore e impreditore della sua arte, nonché dandy, libertino, picaro, bibliofilo, collezionista e bon vivant. All'insorgere di alcune di queste sue qualità e attività non deve essere stata estranea la frequentazione di personaggi come Franco Maria Ricci e Vittorio Sgarbi, fin dalla fondazione di “FMR”, la rivista d'arte più bella del mondo, che l'ha lanciato nei primi anni '80. Accanto a loro, pur coetaneo di Vittorio, aveva l'aria dell'eterno ragazzo, dello scolaro, nell'accezione accademica, con un sorriso che fisionomicamente, oggi ancora di più, ne sottolinea l'ascendenza etrusca. Fu lo stesso Vittorio a coniare subito per Massimo l'etichetta distintiva di “fotografo che non documenta ma inventa la bellezza”. Che siano paesaggi, architetture, interni o sculture, se sono noti ce li fa scoprire con nuova emozione; se sono sconosciuti emanano la magia di un'invenzione. Come testimoniano le vedute di Matera qui esposte o certi angoli della casa museo Cavallini Sgarbi a Ro Ferrarse, dove una composizione serrata di opere eterogenee, frutto delle ricorrenti manipolazioni di Vittorio, viene tradotta dal suo obiettivo in scorcio abbagliante di Wunderkammer.

Mario Andreose - Milanesiana
02 July 2018

Le Sorridenti


 


 

L’infatuazione di Massimo Listri per le “Sorridenti”, ossia per le statuette totonacas qui riprodotte, è sorta “per procura”, a partire da delle istantanee da me scattate con il telefonino affinché lo stesso Listri potesse farsene un’idea. E l’idea se l’è fatta, e come!

Qualcosa di simile accadde a Filippo V di Spagna nel 1714, dopo che l’abate Alberoni gli ebbe mostrato una miniatura della principessa Farnese. A differenza dei miei pics approssimativi, il ritratto di Elisabetta, una giovane grassoccia e butterata, venne assai ingentilito dal pittore della corte parmigiana, tanto che il re cadde innamorato all’istante e prese a smaniare di farla sua sposa immantinente. In effetti, con l’aiuto di papa Albani, il matrimonio venne celebrato di lì a poco per procura, e subito dopo la principessa si mise in viaggio. L’incontro avvenne a Guadalajara, dove Filippo V si era recato ad attenderla. Quando Elisabetta apparve, il re cadde ai suoi piedi e senza quasi guardarla la implorò di concedergli ipso facto ciò che bramava sopra ogni cosa.

Anche Listri, dopo aver visto i miei scatti, ha iniziato a struggersi per le belle statuine, e non si è dato pace finché, dopo mesi, non ha ottenuto l’assenso a “impalmarle”. Superare le obiezioni dell’INAH (Instituto Nacional de Antropología e Historia) ha richiesto da parte del fotografo l’abilità del saltatore di ostacoli, ma alla fine la sua tenacia è stata premiata. Dell’esito felice l’ho informato io stesso con un whatsapp che l’ha raggiunto in piena notte in piazza Santo Spirito.

Confesso che non riesco ancora a capacitarmi della prestezza con cui ha reagito alla notizia. Mi dico che Listri, al pari di Marinetti, ha fatto della velocità un canone e del fervore una regola; mi dico che l’accelerazione, per lui, è bellezza… ma –mi chiedo– sarebbe così se non fosse spinto da “concupiscenza”? I suoi soggetti fotografici sono altrettanti oggetti di desiderio (in senso apollineo più che dionisiaco, forse, ma comunque dei desiderata). Listri è un collezionista di mirabilia, un’inclinazione –nella fattispecie– inseparabile dall’entusiasmo se non dalla sfrenatezza. Il suo atteggiamento di fotografo non è diverso da quello dell’amatore di rarità: sicuro nel gusto, risoluto nell’approccio, strenuamente convinto che ciò che è raro è bello e viceversa. La fede nell’eccezionalità della bellezza, e la sua singolare finezza nel riconoscerla, è, alla fin fine, ciò che imprime impeto e velocità alle sue scelte di fotografo e di collezionista.

Comunque sia, appena ricevuta la notizia Listri è balzato su un aereo che l’ha condotto da Firenze a Parigi e da Parigi a Città del Messico e da lì a una località mai sentita nominare; per poi proseguire in macchina verso una contrada ancor più ignota – in piena notte, luna calante, in una regione nota per le frequenti disavventure dei transeunti – e infine giungere a un Holiday Inn identico a tutti gli altri Holiday Inn. Listri, a questo punto (3.30 am) ha rivolto al “funcionario a cargo” la stessa richiesta che il re di Spagna rivolse alla Farnese, con lo stesso tono imperativo. Ma le “Sorridenti”, ahimè, si trovavano altrove, inserrate come principesse da favola in pesanti casse di legno. E lì sarebbero rimaste se non fosse vero che AMOR VINCIT OMNIA. Per fortuna, Virgilio ha ragione, e ne è riprova il fatto che il riscatto delle belle statuine è avvenuto nel volgere di poche ore. Epilogo: gli amori fra di esse e il fotografo si sono consumati fra le 8.30 e le 11.30 am di un lunedì di marzo, nelle sale deserte del Museo di Torreon: amori rinviati, sofferti, fantasticati, quindi ancor più concupiscenti…

L’incontro con le figurine totonacas è durato “l’espace d’un matin”, eppure a Listri quelle poche ore sono bastate per mettere in luce la loro indole profonda e fissarla in ritratti altrettanto rivelatori. Anzi, doppiamente rivelatori, visto che le immagini, oltre a palesare il significato delle cose rappresentate, estrinsecano i sentimenti dell’artefice. De te fabula narratur. Non sorprende, dunque, che i ritratti delle “Sorridenti” mettano a nudo, oltre a tutto il resto, anche l’interesse, lo stile e perfino l’umore del fotografo. Diversamente da Filippo V che, sebbene deluso dalle vere forme di Elisabetta, dovette comunque accontentarsene, Massimo Listri, ritraendo in modo sagace e penetrante le belle figurine, ha creato forme non meno vere che immaginarie: un mondo possibile cosparso di sorrisi e ammiccamenti, ivi incluso quello dello stesso fotografo.

Massimo Listri ha maturato una vasta esperienza come ritrattista di sculture, con servizi famosi come quelli dedicati alle teste fisiognomiche di Franz Xaver Messerschmidt e ai busti marmorei dei Musei Vaticani (raccolte esposte in numerose mostre). Il suo approccio alla scultura non si basa sull’angolatura, l’illuminazione a contrasto e la profondità di campo, cioè su quegli elementi capaci di ricreare su una superficie bidimensionale la plasticità dell’originale. No, Massimo Listri ritrae le statue avvicinandosi ad esse frontalmente, fin quasi a toccarle, e ingrandendone il volto a dismisura. In tal modo, ottiene –senza servirsi di ombre o altri trucchi luminosi– straordinari effetti fotografici. Viste da vicino e dirimpetto le fattezze del viso lasciano trasparire connotati altrimenti impercettibili, divenendo “appariscenti”, cioè vistose e irreali. Con le sue fotografie, Listri rivisita le fattezze dei volti scolpiti non in risposta a un interesse fisiognomico (come per contro fece Messerschmidt), bensì per saggiare, oltre le convenzioni invalse, le possibilità espressive del ritratto fotografico. La fecondità di tale intento emerge chiaramente dagli “appariscenti” ritratti qui riprodotti: volti talmente particolareggiati ed espressivi da sfidare per eccesso i limiti della nostra percezione. Ma attenzione, l’avvicinamento all’originale, nel caso di Listri, non è solo né principalmente meccanico. Esso è accompagnato da una comprensione profonda, da un rapporto di fiducia che consente al fotografo di accedere alla “fisionomia sottostante” dei volti inquadrati. Listri non si approfitta dei suoi soggetti –men che meno delle statuette totonacas–, non li snatura, non li acconcia; si limita a rilevarne quei connotati che ad altri fotografi, meno comprensivi, sfuggirebbero. Procede come un navigatore in vista di un’isola sconosciuta: accosta, bordeggia, misura, tratteggia… L’arcipelago delle “Sorridenti” richiedeva uno sguardo limpido, saggio e rispettoso, in grado di renderne appariscente la fisionomia senza però profanarla: lo sguardo di Massimo Listri. Il risultato salta agli occhi: i ritratti qui riprodotti convogliano più informazioni di qualsivoglia descrizione scientifica. Ancor più importante, le figurine appaiono fresche e briose come se fossero appena state risvegliate da un concupiscente cavaliere fiorentino.



 

Giorgio Antei
06 August 2018

 

Massimo Listri è una figura dalle mille imprendibili valenze. Difficile seguirne le tracce e le progressioni, arduo leggerne gli sviluppi visionari e le passioni- in particolare collezionistiche- siano esse coltivate da sempre o subitanee e violente come marosi in tempesta. La temperatura emotiva, espressa però tramite una freddezza cerea, con distacco da entomologo o da bizantinista, in lui è sempre estrema e implosiva, abbagliante e controversa. Massimo ricorda uno di quei personaggi che emergono dal chiaroscuro caravaggesco dei dipinti di Mathias Stomer, di Bartolomeo Manfredi o Dirck van Baburen. Contorni improvvisamente sferzati da fasci di luce livida e nebulosa, che finalmente si stagliano sul fondo buio e indefinito, posseduto da lemuri evanescenti, da elettriche e fugaci apparizioni.

A Listri- classe 1953, nato sotto il segno dell’acquario- appartengono mille sfumature di esistenza e curiosità, mille evoluzioni e rivoluzioni orbitali. Un carattere sfaccettato e mercuriale, dalle pieghe misteriose e non di rado accese e provocatorie. Fragile, duro e implacabilmente ostinato, scostante e tagliente. Di colpo remissivo e sornione come quei gatti persiani pigri e feroci che tanto ama, Listri è un ossimoro, una totale contraddizione di termini. Il collezionismo, una forma totalizzante di collezionismo, è il suo vero fil rouge nell’attraversare il lavoro e la vita stessa, l’ossatura ermeneutica di una narrazione progressiva e incalzante. Ha raccolto di tutto, proprio di tutto, travasando questo fiume in piena nelle sua Shangri-la fiorentina che a prima vista sembra frutto dell’accumulo di generazioni. Invece è un’opera che si deve interamente a lui, costruita negli anni con una caparbietà e una visionarietà progettuale quotidiana e maniacale.

Demiurgo per immagini- Vittorio Sgarbi lo ha definito il fotografo che inventa la bellezza- , ma anche inventore di interni magnifici, Listri è regista di un teatro traboccante di segni e testimonianze di gusto, di un’osmosi di bizzarre convivenze di epoche e provenienza. Sculture africane Fang e chinoiseries lucchesi rococò, ritratti cinque-sei-settecenteschi e neoclassici, rarities divertenti, giade Song, piatti iranici e mozarabici a lustro, alari bronzei di Caffieri e fotografie di Horst, busti neoclassici di Trentanove, di Bartolini e Adamo Tadolini, accanto a stravaganti santons provenzali e a una serie di lampade ottocentesche in opaline rosa antico fregiate da stemma e iniziali Demidov che provengono dalla celebre villa di Pratolino. Un’orgia di blanc-de-Chine Quianlong, e rami di corallo montati, di bronzi rinascimentali e Edo, di scatole veneziane in pastiglia cinquecentesche. Gli acquarelli di Alexandre Serebriakoff che immortalano le dimore di Charlie de Beistegui, Groussay e Palazzo Labia in festa o gli interni paradigmatici dell’Hôtel Lambert. 

Un valzer oroscopico intrecciato sullo sfondo di un décor gustaviano che rammenta Haga e si miscela a quoti manieristi e barocchi, all’allucinazione della grottesca o a opulente moquettes a ramages Deuxième Empire. I telamoni di Pavlovsk introducono in questa Schatzkammer che sempre sorprende e riesce a catturare anche il visitatore più prevenuto e blasé. Non c’è limite possibile per Massimo Listri, la fantasia deve viaggiare liberamente e sconfinare ovunque quasi anarchica, per poi comunque ritrovare un senso estetico unificante in questo magma incandescente, per raggiungere un’armonia corale che identifichi un cosmo fatto di voci dissonanti e di frammenti apparentemente incongrui. “E’ la storia, il rivelarsi di un’epica o di un passaggio di tempo fondamentale- afferma Listri- ,quello che cerco e che più mi colpisce in ogni singolo elemento di questa trama. E una sorta di fascinazione immediata, di shining, di ”antivedere”. Mi diverte molto sapere, ad esempio, che alcuni dei volumi che possiedo, siglati da insegne araldiche o da ex-libris, talvolta perfino fittamente chiosati da note o commenti, che recano dediche e pensieri, sono appartenuti a papi e cardinali, a re Carlo III di Borbone o a personaggi come Napoleone, all’imperatrice Josephine Beauharnais o alla cognata Carolina Murat, la regina di Napoli dall’esistenza avventurosa e agitata come un feuilleton. Me li immagino intenti alla lettura, mentre li cercano e li accarezzano negli scaffali delle loro biblioteche private. Certi libri mi appaiono come intrisi dall’anima dei proprietari precedenti, sono medium di metempsicosi, latori di un dialogo che per me assume valore di ispirazione incessante.”

L’itinerario nella fotografia, Massimo Listri l’ha intrapreso giovanissimo senza esitazione alcuna, seguendo una vocazione ineluttabile. Ha inizio con una galleria di ritratti in bianco e nero in formato quadrato di grandi personalità del Novecento europeo, da Pasolini a Montale, da René Clair a Federico Zeri, fino all’esteta anglo-fiorentino per eccellenza, il mitico Sir Harold Acton, annidato tra i tesori artistici e le siepi di bosso di Villa La Pietra, sulla Via Bolognese. Acton, lo storiografo del tramonto mediceo dalla vita umbratile e letteraria- non a caso prediligeva fin de race quali il Gran Principe Ferdinando o il debosciato Giangastone, l’ultimo e scandaloso Granduca di Casa Medici, ai primi del XVIII secolo- è il suggello e l’estremo testimone di un perduto e sofisticato universo anglo-americano formatosi dalla metà dell’Ottocento, che aveva trovato il suo luogo d’elezione tra le colline intorno a Firenze. Gli oggetti rari e preziosi, le curiosità e la capziose allegorie delle Wunderkammer nordiche manieriste e barocche, i risvolti psicologici e maniacali che sempre disvela, a un occhio smaliziato, una trama collezionistica, affascinano totalmente Listri, diventando il Leit-Motiv della sua poetica. 

Meditazioni per immagini che si raccontano nella lunga collaborazione con FMR, la rivista paradigmatica fondata dall’amico Franco Maria Ricci. Un obiettivo, quello di Listri, che insieme accarezza sensuale e seziona chirurgicamente l’objet, che cerca di carpire le entità che lo abitano e di catturarne la valenza narrativa e simbolica. Altrove, la composizione si connota in una deriva mistica, da still life ispanico seicentesco, mette in scena una conversazione sospesa e tonale, piana e controllata in apparenza, ma in realtà inquietante ed ambigua.Tirso de Molina, Lope de Vega e Juan de la Cruz si sovrappongono in un medesimo sospeso bodegón, sfuggono ad ogni analisi razionale per trascolorare nel fantastico, nel picaresco, nella metrica folgorante e ieratica di una cabala arcana o di un auto sacramental. La fisiognomica di Franz-Xaver Messerschmidt, il freddo classicismo ’30 di Arno Breker, si risolvono in close-up scevri da ogni giudizio e partecipazione, si trasformano in specchi psicanalitici gravidi di domande e di pulsazioni impossibili da definire. “ Sola garanzia del mistero è l’irripetibile nitore dell’oggetto reale nel quale momentaneamente uno spirito prese dimora “, chiosa Cristina Campo ne “Gli imperdonabili”, più che un libro un compendio di vaticini dalle venature profetiche, un volo a planare su un campo irrazionale e matematico. Settantotto i libri compiuti dal fotografo fiorentino, lungo un’indagine di rappresentazione che spazia liberamente tra arte e décor, tra giardini e grotti incantati e tessili fastosi, tra moda e sensazione, tra negromanzia e fuga archeologica o lapidea. Poi sono venute le architetture e il canone fuggente di una spazialità anche incommensurabile, la fuga concitata e progressiva di prospettive leibniziane, una dentro l’altra come scatole cinesi, il caleidoscopio della decorazione smottata, centrifugata, resa liquida su un’asse ortogonale che diviene mantra. Enfilades di saloni vuoti abitati soltanto dalla memoria di un sontuoso passato, pavimenti marmorei come tappeti volanti e damier escheriani, gallerie scandite da teorie di specchi, da stucchi dorati e sculture di colpo calate in una dimensione azzurrata e metafisica, relitti di arredi e ritmica di volte in camere “di verdura” offuscate dalla polvere, ossidate dall’oblio. Il segno campito di Luis Barragan, il maggiore architetto messicano, più che mai si libra nel colore e nell’astrazione che lo definisce. L’horror vacui di marca coloniale del Brasile imperiale, si miscela al sogno surreale di “L’année derniere à Marienbad, film che Alain Resnais gira nei primi ’60 in una Baviera allegorica e rocaille. Le biblioteche sei- settecentesche di conventi e palazzi mitteleuropei, una mappatura che si espande tra Vienna, Praga e la Polonia, tra Melk e l’abbazia di Seitenstetten, tra la Weimar di Goethe e i Girolamini a Napoli, sono territorio d‘incessante scoperta per Listri, goloso collezionista di preziosi libri antichi.

Nelle sue immagini appaionoi percorse da fantomatiche presenze, da munacielli dispettosi ed emblematiche proiezioni di grandezza. A Versailles, dietro la teoria dei salons ufficiali dell’antica corte borbonica, si dischiudono ambienti negletti, soprattutto di epoca Restaurazione, volumetriche nebulose dalle pareti macchiate d’umidità su broccati consunti o marmorino ferito. C’è il Walhalla di Leo von Klenze, sul Danubio a Ratisbona, con i suoi colonnati dorici, tanto eroici e guerreschi e la Galleria Lepanto di Palazzo Colonna in Roma, sovraccarica di splendori come la caverna di Alì Babà. Si impaginano stucco cipriato e pareti candide ed echeggianti, cromie fauve o mozartiane spolverate d’’oro, purismi neoclassici modulati da elementi decorativi stringati e da sfumature in tono o in diretto contrasto.” Il comune denominatore dei luoghi che mi hanno attratto maggiormente nel corso degli anni- confida Listri- , si può definire qualità dell’assenza, laddove anche l’aria possiede una misura”. 

Decisamente il contrario della sua casa fiorentina, che affaccia su un inatteso giardino concluso tracciato da siepi di bosso concentriche, in una piazza emblematica della città del Giglio. Qui, la cifra curiosa, onnivora ed eclettica del collezionismo che ha abbracciato come una sorta di affermazione di sé, ha preso del tutto il sopravvento, ha invaso ogni stanza e ricetto, perfino la scala di pietra serena. il cardine attorno al quale ruota ogni cosa, è la collezione archeologica , sculture romane, epigrafi e frammenti di modanature colossali, protome leonine, urne cinerarie e cippi, che sono accumulate in sapiente e pittoresco disordine piranesiano nell’ingresso, davanti al camino quattrocentesco o sulle enormi consolle d’ebano fogginesche, che gremiscono le pareti e invadono il pavimento in cotto, evocando il magistero di eclettici connaisseur del passato, da Lord Arundel e Horace Walpole, fino all’horror vacui fibrilante di John Soane. Una suite in crescendo che apparenta Listri alle acribie romantiche di Charles Ephrussi, lo Swann prosustiano, e all’ostinazione compositiva del sulfureo “ anglista romano” a Palazzo Ricci. Le varie stanze della residenza sono nate quale progetto per contenere ed esaltare le raccolte. Al mezzanino, una volta bassa e materna incastona le diverse sezioni del cabinet de curiosité di Massimo Listri, avori tedeschi,mirabilia, naturalia, valve incise, netsuke, “paci” lombarde e venete, ceramiche e bronzi, vetri di Hall, di Venezia e delle Fiandre. Ultima arrivata, una piccola croce in cristallo di rocca dell’atelier milanese dei Miseroni, databile ai primi del XVII secolo, trovata a Praga, la magica città di Rodolfo II d’Asburgo, imperatore e negromante la cui Wunderkammer smisurata e in seguito dispersa dagli eventi bellici della Guerre dei Trent’Anni, voleva essere un compendio e un mezzo di controllo dell’intera realtà terreste e celeste. La biblioteca contiene rarità bibliografiche di secoli e ambiti geografici e tematici differenti, marocchino rosso e chagrin, legature “aux armoiries" , ranghi di dorsi color cognac dalle elaborate dorature rese pacate dall’uso. “ Il mio collezionare è spinto dalla curiosità verso il bello ma anche da una pulsione irrefrenabile nei confronti dell’insolito, che mi spinge a a creare apparati ideali per esaltare la valenza assoluta e il potere medianico degli oggetti. E’ importante che ogni cosa trovi un suo luogo e solo quello, che stabilisca rapporti poetici e sibillini, che si ponga in tensione con le altre che le stanno vicino. La mia linea di collezionismo variegata ed eclettica vive nella necessità di un’appropriata disposizione per le diverse raccolte che vi si incrociano e confrontano in un contrappunto tonale che produce quella bellezza che inseguo. L’originalità- conclude Massimo Listri- risiede nell’assemblaggio migliore e nell’arditezza inattesa di un gusto che è riflesso dell’anima e che pretende, illusorio e follemente tenace, di lanciare una sfida all’eternità.” ortogonale 



 

Cesare Cunaccia
01 October 2018

L’interno vivente del bosco

Massimo Listri ha iniziato a fotografare Castelporziano nel mese di maggio, dopo un inverno più lungo del solito, che ha messo a dura prova la foresta e soprattutto la secolare pineta.

Quello del 2018 è stato un inverno eccezionalmente rigido nell’Agro Romano, tanto che la neve ha imbiancato il litorale, rendendo irriconoscibile la duna mediterranea.

La campagna fotografica commissionata dall’Istituto per l’Enciclopedia Italiana Treccani doveva cogliere i tratti salienti della Tenuta Presidenziale, concentrandosi sul paesaggio e scegliendo tra i tanti luoghi di fascino, soltanto quelli più significativi.

Il leitmotivdi questo volume, infatti, non è quello di illustrare i molteplici volti di un ecosistema floro-faunistico complesso e ricco come quello di Castelporziano, ma piuttosto quello di rendere tangibile lo straordinario carattere di un luogo antropizzato sin dall’antichità e ancora palesemente selvaggio. Un luogo in cui natura e cultura si sono tenacemente fuse, dando vita ad una mirabile armonia. 

Castelporziano, infatti, è un raro esempio di paesaggio culturale. Rappresenta, secondo la definizione di Norberg-Shultz, “l’addomesticamento delle forze naturali e la realtà vivente, manifestata da un processo ordinato, cui l’uomo è partecipe.”. Di questo processo ordinato la Presidenza della Repubblica può dirsi, più che partecipe, la vera protagonista. Va ricordato infatti che, lottando quotidianamente contro il suo depauperamento, il Segretariato generale della Presidenza della Repubblica assolve alla primaria funzione della tutela del paesaggio culturale di Castelporziano, del suo equilibrio ecologico e della sua inedita specificità ambientale. 

Rendere tangibile il carattere di un paesaggio tanto singolare e delle sue continue mutazioni è una sfida anche per un grande fotografo come Massimo Listri.

Quella di Castelporziano, infatti, è una bellezza primordiale, perché reca il segno dell’eternità, ma allo stesso tempo inafferrabile, perché muta ogni ora del giorno.

Listri raccoglie la sfida e fissa in ogni immagine quel carattere eroico del paesaggio laziale che Mario Praz definisce numinoso. Evita il vedutismo, quindi non si pone di fronte alla natura, piuttosto si immerge in essa. Parimenti rifugge il pittoresco e costruisce artisticamente un paesaggio concettuale. Applicando il teorema dell’assenza, con un approccio che “reclama per sé una cifra metafisica, sospesa, atemporale”, Listri rielabora mentalmente il paesaggio e lo idealizza. 

Fedele a questo assunto, giunge nella Tenuta Presidenziale nell’istante in cui, quasi all’improvviso, esplode la primavera, con i suoi colori, i suoi profumi e soprattutto la sua luce. I campi, coperti da un tripudio di fioriture selvatiche, sembrano immensi tappeti policromi, con tinte che vanno dal lilla della malva silvestre al bianco delle pratoline, dal giallo dei ranuncoli al rosso dei papaveri. Le facciate del borgo del castello, accarezzate dal sole, sono sgargianti.

Negli scatti riesce a cogliere le potenzialità di questa particolare inclinazione del sole. Sfruttando abilmente il chiaroscuro, mette in risalto le proprietà scultoree delle forme nude dell’architettura, nobilitandone la rustica semplicità. Un’architettura, quella del castello, che è priva di ordinanze e di apparati decorativi ed è ingentilita solo dal purismo post-neoclassico della Torre dell’Orologio e dell’Esedra. Un’architettura che, essendo contraddistinta da una sommessa essenzialità, si rivela perfetta per essere trasfigurata dall’inconfondibile cifra stilistica di Listri.

Nelle foto, i volumi diventano astratti: si avvicendano nel contrasto cromatico, contrapponendo prospetti in luce e in ombra, stagliandosi netti sull’azzurro intenso di un cielo cosparso di vaporose nuvole bianche. Alla maniera del Pictor Optimus, Listri rappresenta il borgo assolato, deserto, immobile e avvolto in un silenzio assordante, come se fosse una delle tante piazze metafisiche d’Italia.

Nelle immagini degli esterni, il chiaroscuro valorizza ogni dettaglio architettonico. Da vicino, rivela la morbidezza degli intonaci. Fa emergere le puntigliose merlature ghibelline del castello, forzando la bidimensionalità dell’immagine. Rivela, nella sapiente tessitura di mattoncini, le fasi costruttive delle antiche mura romane.

Sotto la stessa luce ardente Listri perlustra anche gli interni del castello, cercando di catturare ogni raggio di sole capace di filtrare dalle finestre. Listri usa deliberatamente solo la luce naturale, se necessario la attende a lungo, con tempi di posa lunghissimi, per captare ogni minimo dettaglio e rendere viva anche l’eleganza consunta dei saloni più cupi.

Con pazienza, trasforma la cosiddetta “Sala dei Trofei” in un ambiente siderale ed etereo. I trofei, che “sintetizzano icasticamente” uno dei temi di vita fondamentali della riserva reale di caccia di Castelporziano, aleggiano sul glaciale candore delle pareti, come se lievitassero nel vuoto.

Con la stessa amorevole cura, e forse maggiore soddisfazione, riprende la coffe-house. Un ambiente romantico e desolato, che lo commuove. I muri umidi e screziati sono interamente decorati da semplici pitture trompe l’oeila tempera, che rappresentano vedute del castello, paesaggi, fronde ed uccelli, scandite da una falsa struttura architettonica. Immagini in gran parte svanite, dunque poetiche e maggiormente toccanti. 

Sempre con la stessa luce, e con la stessa precisione, coglie nel museo alcuni vividi frammenti di antiche pitture romane.

A settembre, godendo della maggiore uniformità della luce autunnale, l’obiettivo fotografico si dedica alla rappresentazione della natura naturalis, ovvero del paesaggio meno antropizzato della tenuta, costituito dalla duna mediterranea che digrada dolcemente fino al mare, dalla foresta caducifoglia e dalla pineta, con le sue tante componenti vitali. 

Listri si addentra nella penombra del bosco, per rappresentarne le tranquille atmosfere e svelarne il latente mistero. Con un approccio riflessivo, quasi sentimentale, instaura un colloquio insolito e privato con la natura, trovandovi una dimensione ideale e allo stesso tempo raccolta. Il suo sguardo, che è quello di un grande fotografo di architettura e di interni, vuole dare ordine e misura ai luoghi, cercando la geometria anche nel caos silvestre. In questo modo, ritrae la foresta come un interno vivente, trasformandola in un paesaggio intimo, denso di atmosfere psicologiche e allo stesso tempo governato dalla simmetria e dalle proporzioni.

Attraverso imprendibili visioni prospettiche, le strade sterrate che attraversano il bosco appaiono come maestose gallerie d’ingresso alla dimora di un originario genius loci.

Gli interni viventi della foresta sono coperti da masse oscure di fronde che lasciano trapelare la luce e intravedere un cielo dal blu giottesco. Rievocano le ombre pensose descritte George Meredith e le riflessioni di Eliade sulla sacralità delle pietre, dell’acqua e degli alberi

Questi interni sembrano “arredati” con veri e propri capolavori di ebanisteria. La foresta, infatti, è ricca di esemplari secolari e di alberi monumentali, che mostrano nei tronchi scultorei un’esuberanza quasi innaturale. I tronchi, fasciati da radici tentacolari o squarciati da fulmini, nodosi o contorti, con cortecce fessurate o pietrificate, sono fotografati come capolavori di un mirabile intagliatore del legno. La plasticità e la percezione quasi tattile di questo materiale trasforma gli alberi in naturali opere d’arte.

Eccezionalmente, laddove racchiudono quei rari e prodigiosi specchi di acqua detti piscine, gli interni della foresta sembrano “pavimentati”. Sopravvissute alla strenua lotta al paludismo condotta nel secolo scorso, le piscine sono “fabbriche di naturalità”ovvero zone umide con un valore ecologico straordinario. Listri ne coglie l’incanto drammatico. Sottolinea la pastosità della superficie imperturbabile dell’acqua come se fosse artificiale; ne accentua il verde, come se fosse un elemento cromatico surreale.

A sorpresa, gli “interni” della foresta di Castelporziano nascondono notevoli ruderi, avviluppati da muschi e da edere. Non soltanto i modesti affioramenti archeologici del Vicus Augustanus, il piccolo villaggio indicato da Plinio il Giovane come il centro abitato più vicino alla sua villa. DelVicusemergono dal fogliame secco della foresta solo le fondamenta, ricoperte da un manto vellutato verdeggiante.

Ma anche le arcate di un acquedotto databile tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo d.C. e le poderose rovine della villa imperiale di Tor Paterno.

Listri ritrae le preesistenze archologiche disseminate nella foresta come spazi atemporali, con luci diverse, in momenti successivi. La sua visione laterale dell’acquedotto è memore della lezione Piranesiana, mentre quella della villa imperiale è completamente autoreferenziale. A quest’ultima una enfiladedi varchi in prospettiva centrale dona una misteriosa profondità. 

In queste fotografie riecheggiano i versi di Nikolaj Vasil'evič Gogol’: “Era bellissima la silenziosa e deserta campagna romana disseminata di rovine di antichi templi, sparse tutte intorno in un ambiente di ineffabile pace, ora fiammeggianti in una banda dorata, per le fitte ciocche di fiorellini gialli che le costellavano; ora ardenti di un rosso fuoco come quello di carbone acceso, per i petali vermigli del papavero selvatico”

E le parole di John Ruskin, sulla vegetazione che assimila l’architettura all’opera della natura e le conferisce “quelle condizioni di colore e di forma che sono universalmente diletto all’occhio dell’uomo."

Fotografie, quelle degli interni viventi, in cui si manifesta “l’essenza della visione di Listri fotografo di stati d’animo in spazi vuoti"

Immagini scenografiche create ad arte per illustrare l’incanto del paesaggio culturale di Castelporziano, emblematica sintesi di natura e cultura. Lo stesso incanto che duemila anni fa Plinio il Giovane narrava all’amico Gallo. Voglia il cielo che anche il nostro lettore, come Gallo, se ne invaghisca!


 



 

Cristina Mazzantini
01 October 2018

Il terzo occhio del fotografo e l’avant-coup della religione dell’arte


 

Le rovine esistono attraverso lo sguardo che si posa su di esse

Marc Augé


 

Guardo le fotografie scattate da Massimo Listri all’interno degli edifici abbandonati in zona Castello, nei pressi di Firenze, dopo che la Seves ha arrestato la produzione in seguito a una crisi iniziata nel 2006. La periferia di Castello (da cisterne-castellum per la presenza di un acquedotto romano) è conosciuta nel mondo per la presenza in loco di Villa La Petraia, con un giardino all’italiana di perfette proporzioni. Poco distante si trova un’altra villa medicea, quella di Castello detta anche Villa Reale, sede dell’Accademia della Crusca. La villa di proprietà della famiglia Della Stufa, fu acquisita nella seconda metà del XV secolo da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, del ramo ‘popolano’ della famiglia, collezionista e protettore di Botticelli e del giovane Michelangelo. Probabilmente si trovavano in questa villa alcune opere del Filipepi, tra cui la Primavera e la Nascita di Venere. Successivamente alla morte di Lorenzo di Pierfrancesco, vi abitarono Giovanni delle Bande Nere con la moglie Maria Salviati e il loro figlio Cosimo, futuro duca e granduca di Firenze e di Toscana. Distrutta durante l’assedio di Firenze nel 1530, la villa fu ricostruita su progetto di Giorgio Vasari, mentre il giardino risulta disegnato da Niccolò Tribolo. Vi si ammirano ancora oggi opere di grande pregio - la Grotta degli animalidel Tribolo e in parte di Vasari, GennaiooAppenninodell’Ammannati- oltre a una ricca e rara collezioni di gelsomini, limoni, cedri, pampaleoni, e due giardini segreti. 

Da quattro anni, i capannoni industriali ex Seves sono immensamente vuoti. Ora che sto guardando le fotografie di Massimo Listri, scopro che quei luoghi non sono assolutamente vuoti. Al contrario. Mi appaiono ricolmi di bellezza, di una bellezza che è colma di sapienza ( artistica) e di sensibilità ( letteraria). E’ grazie all’occhio di Listri che possiamo vederli artisticamente. Altrimenti sarebbero solo luoghi abbandonati in attesa di recupero funzionale, come si usa dire. Per il fotografo questi edifici abbandonati hanno un’anima. Soprattutto hanno una qualità poetica, che ai suoi occhi è puramente, semplicemente quella dell’arte. Sant’Agostino scriveva che il difetto non è nella cosa guardata ma nell’occhio. Adatto questo pensiero all’occasione. Listri ha l’occhio lustro di un santo. Si badi bene però; il suo non è un occhio innocente. Tutt’altro. Listri guarda attraverso la lente deformante, trasfiguratrice dell’arte. Scopre una pienezza, una ricchezza, laddove noi identifichiamo solo un triste abbandono. Noi ascoltiamo solo il vento fischiare tra le colonne, scivolare lungo le vetrate, sfiorare le capriate. E pensiamo, rammentiamo solo la fine di un’epoca industriosa, veniamo sopraffatti da un sentimento nichilista. Noi guardiamo viziati dalla cronaca. Leggiamo quegli spazi in stretta relazione con il mondo del lavoro, con quanto di funzionale si è svolto all’interno di queste mura, siamo inevitabilmente condizionati dalla crisi industriale e dalla conseguente depressione esistenziale. Il vuoto ci appare pieno di sconforto ora che i macchinari sono spariti assieme alle persone, mentre tutto tace. Il nostro modo di raccontare-raccontarci storie non è quello del fotografo. Non è quello di Listri. Perché Listri fa dell’arte il suo terzo occhio. E con questo terzo occhio guarda il mondo, le cose, perfino le persone. Che si tratti di una biblioteca o di una gipsoteca, di un giardino o di una wunderkammer. E il suo terzo occhi che guida la visione alla scoperta di una epifania locale.

Mi azzardo a dire le cose diversamente. Listri sa ascoltare luoghi che sono poesie. Quelle dei muri dipinti e scrostati, ammuffiti e anneriti; quelle di scale e vetrate, di filari di colonne e soffitti. Il vuoto per lui è una sinfonia di voci recitanti. Per noi, l’edificio è solo un corpo che emette un lamento come se stesse spirando. Listri sa cogliere, invece, immagini poetiche in ogni ambiente. Scova dei paesaggi viventi in luogo di una navata deserta. Inquadra delle prospettive teatrali laddove noi leggiamo a mala pena la triste cronaca di un collasso industriale. Vorrei dire che Listri, all’opposto del tempo perduto in un luogo di lavoro, vede le molte stagioni della vita di questo luogo così lavorato dal tempo e dal lavoro; un luogo estetico –per il suo terzo occhio- con la sua peculiare ricchezza e abbondanza di colori e di forme. Mi spingo oltre. Listri sa come trasformare un edificio morto in una natura morta ( still life), in un bel brano di pittura seicentesca, dove la mela bacata o la foglia accartocciata sono di una straziante bellezza. Ecco, quella stessa bellezza, quella stessa fragranza, Listri la individua con il suo terzo occhio osservando pareti e pilastri in questa basilica industriale. Il punto è forse questo. Lui guarda i luoghi, gli edifici, le stanze, ogni elemento di un architettura con lo stesso sguardo depositato nei dipinti e nelle opere di Cimabue e Burri, di Piero della Francesca e Morandi, di Bernardo Bellotto e De Chirico. Il suo modo di guardare e vedere è diverso dal nostro, perché la sua memoria visiva è diversa dalla nostra. La sua è la memoria incontaminata dell’arte, quella del cinema che ha guardato con gli occhi dell’arte ( Visconti, Antonioni), quella della fotografia che ha guardato con l’occhio dell’arte( Ghirri, Gursky). La nostra memoria, purtroppo, è definitivamente contaminata dalla comunicazione e dell’informazione multimediale. Noi guardiamo con internet. Listri no, guarda e contempla il mondo con il terzo occhio della storia dell’arte. E quando inquadra, non vede quello che noi vediamo perché lui guarda diversamente, contempla altrimenti. Le cose stanno in questo modo. Se lui sceglie un’inquadratura è perché la memoria di un Pontormo o di un Caravaggio, quella di un Manet o di un Pollock, di un El Greco o di un Rothko, di un Kounellis o di Warhol, si è già impossessata del suo pensiero retinico. Possiamo parlare di un guardare avant-coup con la storia dell’arte, quel modo di mettere a fuoco del terzo occhio che si è già prima sintonizzato sulla storia dell’arte. Avant-coup estetico che anticipa lo scatto. Un linguaggio –arte- prima del dopo –fotografia-.

A noi non è dato vedere o percepire oltre il presente, fuori del reale se non con la memoria del reale vissuto. Il fotografo invece sa come vedere l’invisibile del visibile, come rendere nobile o sublime la vista di un luogo abbandonato. Credo che certi luoghi abbandonati dall’uomo possano emettere ancora dei suoni. I muri lo sappiamo parlano. Basta avvicinare l’orecchio come si fa con una conchiglia, e il mare, il muro ti parla. Il fotografo compie lo stesso atto. Ascolta gli spazi vuoti, perché a lui quei luoghi raccontano storie. Spazi che per noi sono pieni di aria e senza respiro; spazi in cui i rumori sono quelli di un topolino che zampetta, di un foglio trascinato da una parte all’altra dell’asfalto, lo scricchiolio di una finestra, il cigolio di una catena, il fischio di uno spiffero. Non per il fotografo. Lui intende altre voci, altri suoni, avverte altri canti in quelle enormi vuote basiliche industriali. 

Se come scrive Marc Augé “le rovine esistono attraverso lo sguardo che si posa su di esse”, allora è vero che quello del fotografo che ritrae i luoghi abbandonati, le immense rovine industriali, è anche lo sguardo dell’angelo di Benjiamin che vorrebbe ricomporre l’infranto anche se un vento, il vento del progresso, lo spinge inesorabilmente verso il futuro, in avanti. Cosa significa e cosa ci viene detto quando ascoltiamo questa frase: “ritrarre le rovine”. Avvertiamo nel termine un ritrarsi di qualcosa o di qualcuno, un movimento di ritirata come se qualcuno o qualcosa si allontanasse dal punto d’incontro, dalla vita stessa. Lo sguardo si avvicina a ciò che si va ritirando nel nulla, l’occhio che si prende cura del ricordo ritraendosi fuori dal reale presente. Per Listri ritrarre rovine significa cogliere nel ritrarsi della realtà qualcosa che sta all’arte come il visibile al sole, la sopravvivenza di un passato nel luogo del presente attraverso la presenza dell’arte, di tutta l’arte, che r-esiste a servizio dell’immaginario nell’attimo in cui l’occhio eleva la visione dal piano della realtà verso l’orizzonte della bellezza artistica, la linea d’ombra dell’immortalità sopraggiunta. C’è qualcosa di sacro in queste fotografie. Di una sacralità estetica e poetica. Adesso tutto è compiuto. Il luogo può rinascere. L’attività riprendere. I lavori procedere. Il fotografo ha realizzato il miracolo. Fermare il tempo, restituendo un tempo memorabile al luogo. Il tempo dello sguardo religioso dell’arte, che vede la bellezza dove si potrebbe annidare il peccato, la colpa, la non vita. Se fosse così sarebbe la morte a vincere la partita. Invece no. All’arte è concesso di immergere lo sguardo nell’eternità della bellezza e riportarne con sé l’ombra più luminosa. Listri ha così ribattezzato il luogo. In nome della religione dell’arte.

 

Sergio Risaliti

Sergio Risaliti
29 October 2018

UN LUMICINO PICCINO PICCINO: CASA LISTRI A FIRENZE

 

Io e gli amici, in tre giorni, abbiamo visitato 46 chiese, 360 dipinti, 200 sculture, beccato 92 ragazze, la favorita ha fatto 80 scene di gelosia (12 ne ha lasciate perdere, per sfinimento), quindi va da sé che tempo per mangiare e dormire ce n'è stato poco, anzi niente affatto. Piove.

Vi sono momenti in cui è difficile tenere alto il morale della truppa, perfino per Sgarbi.

Ma... cos'è quel lumicino lontano lontano? Casa Listri!

E casa Listri si spalanca, rosso antro d'oro, colmo di libri d'arte e CD di musica classica, 3 metri cubi di freezer sempre colmo, mille trecento cravatte – scatole di sigari e canditi, cani di razza, le rose di Marianna pesanti e profumate, marmellate, e un'aria d'autunno in campagna con la famiglia, come c'è sempre a casa mia. E questo è casa Listri:

UN AVAMPOSTO DI RO,

UN COVO FRA ROMA E L'EMILIA

 

Barbara Alberti
01 May 1994